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Il Milan degli anni ’90 rivive a Trento con Capello, Boban e Di Canio

Talento, fragilità ed emozioni: Pato, rossonero per sempre

TRENTO - Una macchina del tempo con destinazione anni Novanta. È quella che ha acceso Sky Calcio Show al Festival dello Sport di Trento, dove la giornalista Federica Masolin ha messo a confronto Fabio Capello, Zvonimir Boban, Paolo Di Canio e Paolo Condò. Un incontro, in un Teatro Sociale gremito di persone, nel segno del ricordo e dell’ironia, tra aneddoti, vecchie rivalità e quella voglia di raccontare un calcio italiano che, allora, era abituato a stare ai vertici d’Europa. Foto @ Nicola Eccher - Archivio Ufficio Stampa PAT.

Il confronto ha preso le mosse dalla finale di Champions League del 1994, la notte di Atene in cui il Milan di Fabio Capello travolse il Barcellona. Una partita preparata nei minimi dettagli, quasi maniacalmente. Boban ha raccontato anche il suo particolare avvicinamento alla sfida: un infortunio rimediato in amichevole, la tentazione di non rischiare e la risposta perentoria del tecnico: "o ti alleni o non giochi". La preparazione, però, era cominciata molto prima. La sconfitta contro la Fiorentina, appena tornata in Serie A, era stata uno dei punti di partenza per preparare la sfida al Barcellona. Capello aveva studiato una strategia precisa, modificando il modo di giocare del Milan per neutralizzare i punti di forza degli uomini di Johan Cruijff. "Abbiamo giocato in modo diverso cercando di annullare i punti di forza del Barcellona", ha ricordato il tecnico.

"Il mister ci disse che avremmo fatto vedere di cosa eravamo capaci", ha poi raccontato Boban, definendo quella finale "una delle più grandi partite del Milan" in cui abbia giocato.

E se Capello era "maniacale nella preparazione", come ha ricordato Di Canio, lo era anche nella gestione quotidiana del gruppo. Non sono infatti mancati i racconti delle discussioni e delle litigate in campo e fuori, ma anche il riconoscimento di Boban: "Capello ci capiva più di noi".

Anche Condò ha contribuito a restituire il ritratto di un Capello lontano dallo stereotipo dell’allenatore concentrato esclusivamente sul campo. Il giornalista ha ricordato un viaggio a Mosca, alla vigilia della sfida con la Lokomotiv, quando ha incontrato il tecnico durante una visita al museo delle carrozze, vicino al Cremlino. "C'eravamo soltanto noi due", ha specificato.

Dal canto suo, Capello ha invece ricordato così anche una delle regole che cercava di trasmettere ai suoi giocatori fin dal primo giorno di campionato: "Se mi volete vedere veramente arrabbiato comportatevi male con il personale di servizio, con i massaggiatori e con i camerieri". Un principio che racconta una precisa idea di squadra, dove il rispetto delle persone veniva prima ancora del risultato.

Dal Milan di allora si è inevitabilmente arrivati al Milan di oggi. Capello ha parlato della necessità di capire rapidamente quali siano i giocatori migliori sui quali costruire la squadra. Secondo il tecnico, "più che una rivoluzione, il Milan ha bisogno di essere aggiustato". Di Canio ha invece allargato il discorso alla Juventus, evidenziando come, a suo dire, Milan e Juventus devono tornare tra le prime quattro in Europa, mentre Boban ha insistito su una parola che nel suo calcio degli anni ’90 sembrava quasi scontata: ambizione. Se l’obiettivo del Milan è solo partecipare alla Champions, si è chiesto, "quanto ci siamo abituati a non avere ambizione?".

Ed è proprio il confronto tra ieri e oggi ad aver accompagnato gran parte dell’incontro.
Condò ha parlato di una fase di regressione del calcio italiano, ricordando però anche i risultati europei più recenti, dalle semifinali della Juventus nel passato decennio a quelle dell’Inter. Capello, al riguardo, ha ricordato le sfide contro la Juventus, partite dalle quali il Milan cercava anche di imparare dai più bravi, ed ha ricostruito l’epoca delle grandi famiglie italiane proprietarie dei club, molto diversa da quella attuale caratterizzata dalla presenza dei fondi. Boban ha quindi chiuso con un ricordo che racconta meglio di molti numeri quanto fosse centrale, allora, la Serie A nel panorama internazionale. Con offerte da Barcellona, Real Madrid e Marsiglia, scelse l’Italia perché, nella sua idea, "se uno voleva arrivare al massimo livello del mondo doveva venire in Italia". Una frase che vale come fotografia di un’epoca.
Talento, fragilità ed emozioni: Pato, rossonero per sempre
Un auditorium Santa Chiara da tutto esaurito ha accolto con cori e applausi l’ex calciatore del Milan Alexandre Pato. Il brasiliano si è raccontato durante la terza mattinata del Festival dello Sport di Trento, non senza emozione. Tra i tanti gol della sua carriera, limitata purtroppo da molti infortuni, uno su tutti ha lasciato il segno: “Quello dopo venticinque secondi contro il Barcellona nel 2011, un gol speciale e, se ci ripenso oggi, ancora mi viene da piangere” ha raccontato Pato sul palco. Ma soprattutto il legame profondo con la sua famiglia ed il medico Paulo Roberto Mussi: quest’ultimo lo ha operato (gratuitamente) in giovane età, quando Pato ha dovuto lottare contro un tumore osseo. Proprio un video-saluto di Mussi ha commosso il brasiliano.

Arrivato a diciotto anni in Italia, Alexandre Pato si è ritrovato catapultato in quello che lui stesso ha definito ‘un Milan da Play Station’: “Volevo diventare come Ronaldo e all’epoca scelsi i rossoneri per i tanti brasiliani e perché era il mio sogno da bambino. Una squadra di leggende. Ancelotti è stato come un padre: al primo allenamento mi ha preso per mano e presentato ai giocatori. Resterà per sempre nel mio cuore”.

Quella di Pato non è stata solo una storia di talento, ma anche e soprattutto di fragilità. “Quando ho iniziato ad avere tanti infortuni, c’è chi ha detto che non avrei mai più giocato a calcio – ha raccontato. – In quel momento ho iniziato ad avere dubbi sul mio fisico. Ho trovato però la forza di parlare con qualcuno che ha saputo aiutarmi. Il mio consiglio ai ragazzi giovani oggi è quello di avere la testa giusta per seguire il proprio percorso di vita”.

Nella sua carriera, Pato non ha vissuto solo l’Italia. Ma il trasferimento in Cina, nel Tianjin Quanjian, è arrivato anche per una questione economica: “Ho valutato tanti elementi e alla fine questo ha inciso sulla scelta. Volevo però anche aiutare i giocatori di quella squadra: i calciatori internazionali erano pochi in quel momento, sentivo di poter dare una mano”. Un’esperienza poco felice al Chelsea, in Inghilterra, una migliore in Spagna con il Villarreal, diversi ritorni in Brasile ed anche una parentesi all’Orlando City, negli Stati Uniti. Pato ha girato il mondo, imparando tanto: “Ogni luogo mi ha insegnato qualcosa, anche se durante la mia carriera ho dovuto essere forte. Tra i più tosti, sicuramente Gattuso. Da chi ho imparato di più? Cafu mi ha spiegato come prendermi cura del mio fisico. Ed anche Maldini è stato un esempio, così come Beckham”.

Lo sguardo si è poi spostato inevitabilmente sul Milan di oggi: “Spero che possa tornare grande, anche se mi è dispiaciuto vedere Leao andarsene. Resta comunque una squadra che ancora oggi mi tocca il cuore”.
Ultimo aggiornamento: 03/10/2026 19:22

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